Adele Dalla Pozza a “10 minuti con” di TG Fotografia

Fotografia che affronta temi fondanti di ogni individuo e società come l’alterità e l’identità. Fotografia che rimette in discussione la rappresentazione delle donne musulmane e non solo.

Adele Dalla Pozza intervistata da Federicapaola Capecchi

All’interno del TG FOTOGRAFIA (qui info https://federicapaola.wordpress.com/2021/03/10/tg-fotografia-torna-ad-aprile-2021/) un telegiornale dedicato solo alla fotografia, “10 minuti con” è un breve appuntamento con fotografi, sia nazionali che internazionali, dove si parla di alcuni aspetti fondamentali o di un loro lavoro o della loro ricerca in generale.

Ai 10 minuti con può seguire, a discrezione di Federicapaola Capecchi ed anche del gradimento dell’autore da parte del pubblico, un approfondimento che, a quel punto, diventerà lo speciale “focus on”.

Martedì 30 Marzo 2021 è stata la volta di Adele Dalla Pozza con il progetto My Selves.

Con lei ci siamo addentrate nella rappresentazione delle donne musulmane, abbiamo discusso di identità, della pratica del velo dal loro punto di vista e di ciò che vorrebbero essere.

Loro stesse nelle fotografie di Adele Dalla Pozza sembrano proporre strumenti e obiettivi per aiutare a ripensare l’identità delle donne musulmane. Smascherano discorsi e rappresentazioni di norma “oppressivi” quando si costruisce mediaticamente “l’altro”.

My selves” è un progetto fotografico sulla percezione, esplorazione e rappresentazione del sé, “dei” sé, da parte di ragazze e donne in diversi paesi (Giordania, India e Germana fino ad ora), dove norme socio-culturali storicamente radicate impongono loro specifici comportamenti come diretta conseguenza del loro genere. Si ritrovano così a dover incorporare diversi sé, spesso contrastanti tra di loro, ossia quello che vogliono essere e quello che devono essere.

Il progetto ha lo scopo di andare oltre il semplice ritratto documentaristico dove la fotografa detta ai soggetti come posare, ma cerca di invece di dare voce a questi ultimi nella composizione dell’immagine, nonché nella rappresentazione visuale dei loro diversi “selves”, talvolta estremizzando situazioni le quali il soggetto stesso ha dovuto affrontare ed ha (o sta cercando) di superare in quanto donna.

Attraverso un percorso di esplorazione personale, le donne ritratte trovano lo spazio per porsi domande scomode e talvolta dolorose sulle persone che sono e che vogliono essere, per trovare nuove risposte. L’intento finale della fotografa e dei soggetti è di mostrare un’immagine pensata e creata insieme fin dall’inizio, che mette in luce le loro difficoltà in quanto donne all’interno delle società in questione, ma che aspira anche a giungere ed indirizzarsi oltre i confini nazionali, aldilà di geografie, religioni, situazioni politiche, sistemi economici: queste contraddizioni sono globali. I soggetti rappresentati sono storie di donne e ragazze le cui ambizioni vertono verso la parità di genere: parità che non deve essere perseguita solamente nella pagine della Costituzione ma anche all’interno della quotidianità troppo spesso (volutamente) invisibile.

Infine, sono state scelti soggetti principalmente appartenenti a classi sociali privilegiate, sia in Giordania che India, per mostrare come le difficoltà con cui si trovano a fare i conti ordinariamente non sono esclusive alla parte della popolazione considerata più “svantaggiata”.

Adele Dalla Pozza si interroga – e ci interroga – sulle persone, sui ruoli che scelgono di giocare e vestire ogni giorno, su quelli che si trovano ad abitare senza volerlo, solo … perché è così.

Sono ritratti decisi e riflessivi al tempo stesso. Cattura le persone nel gioco in cui loro stesse hanno scelto di recitare o di trovarsi. Fotografie che invitano alla contemplazione e alla riflessione, presentandoci i volti portati con prepotenza all’interno del piano dell’immagine. Adele Dalla Pozza è davvero lì col soggetto, col pensiero. Quasi a svelare un segreto.

Un mondo davanti alla sua porta di osservazione. Una riflessione sulla complessità della condizione femminile. Il nero dominante trascende le demarcazioni di città, classe sociale, cultura, religione, persino nazione e parla con un linguaggio universale, della condizione degli esseri umani oggi. Ritratti che hanno la forza di raccontare una condizione, che hanno la potenza della vicinanza.

Il corpo è di per sé portatore di tempo. E Adele Dalla Pozza si muove bene con i corpi di queste donne che sembrano loro guardare noi. Siamo guardati. Interrogati. Avvertiamo che tutto il corpo è struttura, direzione, connessione. Connessione con un mondo da raccontare.

Le infinite dimensioni del nero in queste fotografie svelano un interesse sotteso: l’autenticità dell’individuo. Questo nero è carico di senso. In molti di questi ritratti sembra divenire un nero sublimato, quasi come emblema di accoglienza. Al tempo stesso è un nero che diventa difesa, viluppo di sentimenti.

LE DONNE DELLE FOTOGRAFIE

1- DANI (Amman, Jordan)

“Per moltissimi donne in Giordania la casa è il luogo dove appartengono e dal quale non dovrebbero allontanarsi, come se fossero una parte intrinseca dell’arredamento domestico. Sono fortunata ad avere genitori con una mente aperta. L’Hijab non mi è mai stato imposto ed ho io stessa ho deciso d’indossarlo con un stile più vintage, come le donne lo indossavano un tempo. Mi piace moltissimo ed i miei genitori approvano la mia scelta.”

“Mi chiamo Dani, ho 22 anni e sono una studentessa di architettura. Mi piace pitturare e fare foto.”

2- DANI, HAYA, LARA, RASHA (Amman, Jordan)

“Crescendo ci rendiamo conto che, in quanto donne, abbiamo un potere molto limitato verso il nostro futuro. Limitante non è solamente la società, ma anche la nostra famiglia che ci dice come comportarci, vestirci, che tipo di studi o lavoro dobbiamo accettare. E’ come se i nostri genitori stessero tessendo il nostro futuro sopra al qualche non abbiamo alcuna possibilità di cambiamento, come un allevamento intensivo di animali che stanno solamente aspettando di essere ammazzati.”

(Da sinistra) “Mi chiamo Dani, ho 22 anni e studio architettura, mi piace pitturare e fotografare.”

“Mi chiamo Haya, ho 23 anni, mi sono da poco laureata ed ora lavoro come assistente di volo. Mi piace molto in quanto mi permette di viaggiare in posti dove altrimenti non potrei andare per il mio passaporto giordano.”

“Mi chiamo Lara, ho 23 anni, sto studiando all’università e mi piace il fashion design.”

“Mi chiamo Rasha, ho 33 anni e lavoro come fashion designer nello studio che ho aperto ad Amman, Giordania.”

3- NOUR (Amman, Jordan)

“Sono una modella. Mi chiedono sempre di comportarmi e vestirmi in una certa maniera. Questo è ciò che le persone che lavorano in questo settore vogliono da te. Ho molte lentiggini sul mio viso e mi piacciono tanto, ma quando arrivo a lavoro è la prima cosa che nascondono perché non rientrano dentro ai loro canoni di bellezza. Le loro aspettative mi paralizzano.”

“Mi chiamo Nour, ho 25 anni e lavoro come modella freelance. Nel mio tempo libero adoro creare contenuti per YouTube.”

4- PADMA (Chennai, Tamil Nadu, India)

“Andare a vivere da sola è stata una decisione difficile. E’ successo nella stessa settimana del caso di stupro ad Hyderabad (2019) dove quattro uomini hanno violentemente stuprato e ucciso una dottoressa veterinaria di 26 anni. Mi ha ricordata di quanto l’India non sia sicura per le donne. Anche quando seguono le regole indossando vestiti “decenti”, non avendo amici maschi, vivendo con la loro famiglia, non fumando/bevendo, uscendo fino a tardi, ecc. Non c’è mai garanzia di sicurezza. Non conosco una sola donna che non sia stata importunata o molestata. Durante le settimane successive a quell’episodio la vita quotidiana è diventata più difficile. Rientravo a casa prima del solito. Sono diventata più rigida con il mio abbigliamento: prendevo qualcosa dall’armadio per poi rimetterlo dentro e scegliere qualcosa di più coprente o tradizionale.”

Mi chiamo Padma e sono una donna eterosessuale appartenente Savarna*. Se è pauroso per me essere una donna, non riesco nemmeno ad immaginare quanto pericoloso questo paese possa essere per le persone senza il mio privilegio.”

*Nota: Le comunità che appartengono ad uno di questi quattro “Varna”/caste come Bramina, Kshatriya, Vaishya e Sudra sono chiamate“Savarna“.

5- RASHA (Amman, Jordan)

“In Giordania se sei una donna non puoi chiedere il divorzio a meno che non sia la tua famiglia che lo faccia per te. Anche se finisci in un triste matrimonio combinato non hai alcun potere di cambiare la situazione. In questa foto sto indossando il mio vestito da sposa, una catena ed un mazzo di fiori.”

“Mi chiamo Rasha, ho 33 anni e lavoro come fashion designer nello studio che ho aperto ad Amman, Giordania.”

6- SRIVIDYA (Chennai, Tamil Nadu, India)

“Penso di identificarmi maggiormente in situazioni di disagio che di comodità. E’ durante situazioni scomode che il mio genere diventa prominente, specialmente in luoghi pubblici quando vengo continuamente fissata. Cerco di far finta di non accorgermene e continuare a fare quello che sto facendo. Ma quella confidenza a volte sembra delirante. Da bambina quello che mi spaventava di più era perdermi. Ora, invece, preferirei passare inosservata in una folla.”

“Mi chiamo Srividya, ho 21 anni e studio Scienza Umane alla IIT Madras. Non lo so quello che voglio fare, ma non sono di fretta per prendere decisioni.”

7- LINA (Amman, Jordan)

“Perché sono una donna forte e schietta sono percepita come una minaccia, decostruendo lo stereotipo della donna araba musulmana pacata e controllabile. Ma ad un lupo non interessa l’opinione delle pecore e delle capre. Sono minacciosa per loro perché oso ad essere diversa. Preferirei vivere da lupo, che morire da pecora.”

“Mi chiamo Lina Abojaradeh, un’artista giordano-palestinese che ha spento gli ultimi dieci anni utilizzando l’arte come mezzo per raccontare la storia della Palestina e del Medio Oriente, utilizzando video, fumetti controversi e graffiti. Il mio lavoro parla dell’importanza della resistenza attraverso l’arte ed è stato esibito in molti eventi in Giordania, Turchia, Tunisia, Irlanda, America e Argentina.”

8-KRIPALI (Chennai, Tamil Nadu, India)

”Le linee nere sulle mie braccia [nella foto] sono state disegnate con un eye-liner sulle cicatrici del mio autolesionismo che hanno plasmato la persona che sono ora. La mia era una tipica scuola ottusa del sud dell’India. Presto i ragazzini più grandi hanno iniziato a taggarmi come quella “facilmente disponibile” e a bullizzarmi. Questo mi ha influenzato mentalmente ed emotivamente. Per lenire il dolore ho iniziato a ferirmi fisicamente. Ora che ci penso mi rende così triste ma sono sicuramente diventata più forte.”

Mi chiamo Kripali ed ho 23 anni. Oltre ad essere una modella professionale, mi piace leggere e fotografare. Amo il Jazz e trascorro la maggior parte delle mie serate a guardare il cielo.”

9- KALABATI (Mysore, Karnataka, India)

“Anche se vivere da sola in India è comune nelle grandi città, lo è solo idealmente. Le persone non riescono ancora ad accettarlo: “Cosa farà tutto il giorno? Chi va a trovarla a casa?”. Sono per natura una persona molto amichevole ma devo costantemente negoziare con gli uomini per le cose più semplici e questo mi fa sentire un cactus. Anche quando sono a casa da sola, nel mio spazio più intimo, ci vuole così tanto per togliere quella buccia ed essere nuovamente un fiore.”

“Mi chiama Kalabati ed ho 32 anni. Lavoro come designer grafica e tessile per pagare le bollette. A parte questo sono interessata agli umani, ai loro problemi, alla loro creatività nel risolvere i problemi o complicarli ulteriormente.”

10- SHEEBA (Thrissur, Kerala, India)

“Ciò che mi rende una donna forte è la mia dolcezza e sensibilità nei confronti di tutte le creature viventi. So che niente mi fermerà. Ma alcune volte mi sento ancora una bambina che ha voglia di rincorrere le farfalle.”

“Mi chiamo Sheeba e sono la fondatrice di Solace, una ONG che supporta bambini/e malati/e a lungo termine. Quando mia figlia è stata diagnosticata con la leucemia e ospedalizzata, sono diventata consapevole della sofferenza di quei genitori che non potevano permettersi di pagare i trattamenti medici per il loro figli. Ho trovato una soluzione attraverso Solace, dove offriamo supporto medico a oltre due mila bambini nella regione del Kerala, nel sud-ovest dell’India.”

11- HALA (Amman, Jordan)

“E’ da tutta la mia vita che provo ad essere all’altezza delle aspettative della gente, ma mi sento come non riuscirò mai ad essere abbastanza per loro. Provo, provo ancora, e fallisco. Vogliono sempre di più da me. In Giordania è difficle scappare dai giudizi della gente, sono sempre pronti a fare dei commenti su come ti vesti, su cosa studi o cosa non studi. E’ così difficile essere la persona che vorresti davvero essere.”

“Mi chiamo Hala, ho 25 anni, sono nata e cresciuta ad Amman dove ora studio sistemi informativi di gestione. Uno dei miei scopi è di aprire un’associazione per ragazze e donne in Giordania, aiutandole nel loro percorso di ricerca personale, nonostante le costrizioni dettate da famiglia e società.”

12 – MAYA (Thrissur, Kerala, India)

“In Kerala, in quanto appartenenti alle comunità Dalit (i cosiddetti “fuori casta”/Dalit) ci è sempre stati negati i diretti sulle nostre terre e sulle nostre risorse. La mia battaglia non è solamente di essere una donna, ma una donna Dalit.”

Mi chiamo Maya, sono una scrittrice ed una studentessa PhD. Ho recentemente vinto la Bluestone Rising Scholar Award dalla Brandies Univeristy, USA. E’ la prima volta che una donna Dalit vince un premio internazionale di questo genere.”

13- ROSHNI (Chennai, Tamil Nadu, India)

“Crescendo in India mi sono sempre sentita rimossa dalla mia comunità in quanto diversa dal tipo di donne dalla quale ero circondata: mia madre, le mie cugine, amiche, compagne di scuola. Una tipa strana. Ho sempre pensato che le altre ragazze fossero più belle, graziose, gentili e affascinanti e attraenti. Questo è anche quello che la TV mi ha trasmesso. Non mi sentivo mai abbastanza. Ero troppo chiacchierona, goffa, inadatta. Potevo fare finta di essere diversa, ma mi stufavo facilmente di tutta quella commedia. Da adolescente non ho mai avuto la forza mentale per recitare accuratamente. Mi domando se altre ragazze sentivano lo stesso crescendo. Mi domando se stanno ancora recitando. Non nascondo che lo sto tuttora facendo.”

“Mi chiamo Roshni, e sono una donna Savarna privilegiata che vive in città. Scrivo, recito e fotografo. Cerco di capire le esperienze di quelle persone che ricadono al di fuori di quella narrativa sociopolitica miope all’interno della quale sono cresciuta.”

ADELE DALLA POZZA

Adele ha passato gli ultimi dieci anni a viaggiare, lavorare e studiare in diversi paesi come Francia, Inghilterra, Australia, Danimarca, India, Giordania, Turchia, ecc. Con un una laurea in antropologia dall’Università di Bologna, viene successivamente accettata ad un Master di ricerca in scienze sociali presso l’Università di Amsterdam, ma presto scopre che l’accademia non è la sua strada. Adele crede che gli argomenti investigati dall’antropologia siano troppo importanti per venire confinati all’interno dell’ambiente universitario. Decide dunque di provare a superare questo divario combinando antropologia e fotografia, una delle sue grandi passioni sin dall’adolescenza, in quanto crede che la visualità incorpori un messaggio più forte rispetto ad intricato articolo accademico.

I suoi interessi si concentrano sulla costruzione sociale dei corpi, la malattia mentale, l’attivismo di genere, le migrazioni, la permacultura e lo yoga. L’approccio fotografico di Adele è principalmente partecipativo e deriva dalla sua formazione accademica in antropologia: non detta mai ai soggetti come posare ma negozia sempre la composizione e il messaggio della foto assieme a loro. Adele è attualmente e temporaneamente basata a Berlino.

https://adeledallapozzaphotography.com

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