Alberto Garcìa Alix a Milano – di Federicapaola Capecchi

ALBERTO GARCÌA-ALIX – Camera16, Milano. Federicapaola Capecchi >

Il 5 giugno, anno 2012, il sole è caldo e alto, la città esalta bellezze, odori e limiti. Di lì ad un’ora e mezza si tiene l’inaugurazione della mostra personale del fotografo Alberto Garcìa-Alix, curata da Carlo Madesani. Sto andando a intervistare Garcìa-Alix. La curiosità e l’eccitazione di incontrare un personaggio come lui, uno degli artisti più riconosciuti nel panorama internazionale degli anni ’90, è palpabile, fin nella ricerca ansiosa del parcheggio più vicino per arrivare in anticipo. Ad accogliermi la professionalità dell’ufficio stampa di clp relazioni pubbliche, nella persona di Anna Defrancesco. Pochi minuti e Carlo Madesani, Alberto Garcìa-Alix e Nicolas Combarro Garcìa arrivano.

Alix, Juanito, 1997 © Alberto Garcia-Alix

Siamo pronti, ci accomodiamo accanto ad alcune delle foto in mostra e iniziamo. Voglio parlargi non nella mia veste di curatrice di fotografia ma in quella di coreografa. E così gli dichiaro che approccerò lui e il suo lavoro dal punto di vista di una persona che, ogni giorno, studia e ricerca con il corpo, e ne riconosce un alto valore sociale, civile e politico. Davanti a me ho uno degli artisti che hanno vissuto tutta la Movida madrileña, il movimento sociale e artistico nato a Madrid, puerta del Sol, alla fine della dittatura di Franco, che, insieme, tra gli altri, a Joaquin Sabina (musica) e Pedro Almodovar (cinema) ha respirato e partecipato alla “transizione spagnola” che durò tutti gli anni ottanta, e oltre. >>

Davanti a me, uno dei fotografi europei di maggior talento. Davanti a me, un uomo dal viso intenso, pieno di storie, dallo sguardo profondo, sereno, ricco di vita, anche sofferta, vera.

La prima domanda che gli pongo parte da un’osservazione del suo lavoro. L’impressione è che lui esponga il corpo per mostrarne, nessun tipo di limite, ma, al contrario, la forza rivoluzionaria. Anche i volti, i ritratti sono pieni del corpo sottostante, anche laddove non è inquadrato. Sono spesso corpi feroci. Così gli chiedo dove vuole arrivare con il corpo, e con questo tipo di sguardo sul corpo. “Il corpo è un’architettura nello spazio, può essere modellato. A seconda di come occupa uno spazio può dare diverse letture. La presenza può trasmettere violenza, timidezza… è un’architettura in movimento nello spazio.[…]” Già in queste prime battute introduce un leit motiv importante del suo lavoro e del suo pensiero: la presenza. Che nel corso dell’intervista prende poi anche la forma, e il corpo, dell’importanza della persona.

Rita (máscara) 2002 © Alberto Garcia-Alix

Soffermandoci su alcuni ritratti di nudo gli faccio notare come, il suo fotografare, per alcuni aspetti, mi abbia fatto venire in mente lo spettacolo del coreografo Canadese David Saint Pierre, La Pornografie des ames, dove l’uso del corpo enfattizza l’idea che la pornografia non esista, esista solo come si guardano le cose, cosa si mette nello sguardo. Che la pornografia abiti altrove, non nei corpi senza veli o nel sesso esposto, ma nelle coscienze fragili. Voglio sapere il suo parere e, secondo lui, come mai, ancora e soprattutto oggi, vi sia tanta paura del corpo. “È curioso. Io non ho l’idea della pornografia. A me interessa il ritratto, anche quando ritraggo il nudo. Mi interessa solo la persona. Chi è questa persona. Chi è lei, chi è lui. Per me il corpo è solo la persona. Non mi attrae la pornografia, la vedono gli altri, vedono la provocazione anche dove non c’è […]” Esprime l’idea che, in qualche modo, sia un falso. E un falso problema.

Seguendo la sua attenzione per la presenza/persona gli chiedo come affronta il soggetto che ha dinanzi, persona, cosa o paesaggio. L’impressione è di un corpo a corpo, ma con cosa? Con la luce, il silenzio, la poesia, l’occhio, lo sguardo, ciò che si nasconde sotto pelle, i confini…di cosa? “Ogni ritratto è un confronto. Io quando fotografo sono molto vicino alla persona, non solo fisicamente. C’è una tensione, che deve correre tra me e il soggetto. La camera accentua uno spazio di confronto. È necessaria una tensione. È necessario il tempo del confronto. Che per me è sempre un tempo teso […]” Non vi è tensione in questo termine, come si potrebbe intendere e fraintendere. Il tempo teso di cui parla Alberto Garcìa-Alix è quel filo, quella corda che unisce e traduce il senso, la comunicazione e i messaggi di due persone, l’una di fronte all’altra. La strada/direzione, dritta e precisa, dell’osservare, capire e trādūcere la presenza.

Tav Falco, 2003 © Alberto Garcia-Alix

Lo sguardo di Alberto Garcìa-Alix è sempre più aperto e, non temo di dirlo, commuovente nel soffermare la sua attenzione su questi temi e aspetti del suo porsi dinanzi ai soggetti e del senso che per lui ha la persona. Così, inevitabilmente, finiamo a parlare anche di cosa ha rappresentato per lui vivere il pieno della  Movida madrileña, che senso ha avuto, e potrebbe avere oggi, una libertà di espressione e visione dove ogni persona – anche quelle ritenute “ai margini” – è il focus e la verità. “Quando è morto Francisco Franco si è aperto davvero un mondo di speranza. Io avevo 19 anni. Tutto stava cambiano. La possibilità di respirare un tempo nuovo, la modernizzazione … l’interesse culturale verso la cosidetta cultura alternativa, la cultura underground, la controcultura…la possibilità di desiderare un mondo diverso…li valori alti di una gioventù…ognuno di noi è prodotto/frutto di un’epoca. Le idee, il modo di vedere le cose [….]”.

El lugar de mi confesión, 1995 © Alberto Garcia-Alix

È sempre più un fiume di parole, le sue, i pensieri, i miei. Parliamo di cosa è oggi il corpo e l’uomo. Cosa sono diventati, che spazio occupano e quale spazio esiste per essi. Ci interroghiamo se esista oggi lo spazio dell’uomo. Per arrivare al senso forse più forte, almeno per me, di questa conversazione con un’artista come lui, a quel “yo me reconozco, il cui timbro di voce, le pause, e tutto ciò che vi è dietro, o di manifesto, va sentito, con le proprie orecchie. Volutamente non vi ho tradotto o riportato l’intera intervista, né, alla fine, si è voluto montarla, tagliarla, limarla. Riteniamo sia da ascoltare: che la viva voce di Alberto Garcìa-Alix sia da non perdere.

In mostra abbiamo visto immagini di estremo realismo, a volte molto crudo, in un raffinato uso del bianco e nero, che introduce ad un modo di usare la luce che ha reso l’opera di Alix unica nello scenario della fotografia contemporanea. Negli ultimi anni della sua ricerca artistica si trova a costruire le sue storie attraverso il video: un suo modo di guardare alla realtà che corre in parallelo a ciò che narra con la macchina fotografica.

Piace chiudere, come saluto e augurio di buena suerte, con un altro concetto, parafrasato, di  Alberto Garcìa-Alix: “voglio dare dignità alle persone quando le fotografo. Le immagini documentano il mio amore per la persona.”

Per Alberto Garcia – Alix ogni scatto è un incontro intimo e personale. Un dialogo reale tra uomini.

Dio non lo comprendiamo, ma un uomo sì!” [da Figlio di uomo di Augusto Roa Bastos ]

Testo di Federicapaola CapecchiI testi sono protetti da copyright. Non si può in nessun caso scaricarli, copiarli, metterli sui propri siti, prenderne estratti o frasi senza l’autorizzazione di Federicapaola Capecchi. Per chiedere autorizzazione inviare una email a federicapaola@gmail.com

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